Argentina ’78
Incubi​
Abel Zeltman appartiene a quella generazione letteralmente figlia dei fiori, perchè nata sul finire degli anni Sessanta, dentro una società contraddistinta allo stesso tempo dal boom economico e delle rivolte studentesche. Le violenze dentro quella società sono state filtrate dagli occhi degli adulti e razionalizzate solo in età matura. La notte del 24 marzo 1976, i carri armati passarono davanti a casa di Abel, qualche giorno dopo avrebbe compiuto gli anni e soprattutto l’indomani non sarebbe andato a scuola, e questo lo rese molto felice.
È la distanza degli anni, e forse anche quella geografica della sua vita in Italia, che riporta quella vicenda nello spazio delle sue tele: I dipinti raccolti con il titolo Nunca mà s sono inseriti nel ciclo dedicato agli incubi insieme a El vuelo e Argentina ’78.
I dipinti
Argentina ’78 è l’espressione con cui vengono indicati i campionati mondiali di calcio svoltisi quell’anno in Argentina e vinti dagli stessi padroni di casa. I mondiali furono utilizzati dal regime come strumento di propaganda interna da un lato e dall’altro come mezzo per rafforzare e leggittimare la propria immagine su un piano internazionale. Dietro quella vittoria, però, si nascondevano le atrocità della dittatura militare che in poco meno di un decennio avrebbe spazzato via una generazione intera, lasciando le madri senza figli e i figli senza madri.
Nelle opere pittoriche, soprattutto italiane, dedicate al calcio troviamo gli artisti sedotti dal movimento dei calciatori, dalle loro piroette, dai loro corpi lanciati alla ricerca del pallone. Nei quadri di Abel, invece, la palla c’è sempre: i pentagoni neri su sfondo bianco del cuoio si trasformano in una stella a cinque punte, realizzate con il collage utilizzando la carta stampata de “La Gazzetta dello Sport” che, come si è visto, è una costante della sua opera.
Lo sfondo è quasi sempre rosso, anche qui, come nel quadro di Guttuso, il colore cola negli spazi del supporto lasciati grezzi o bianchi; i corpi si compenetrano, si lanciano in rovesciate e capriole, le teste si contendono il pallone che arriva dall’alto, i portieri si lanciano in salti da trapezisti; il limite dello spazio del dipinto, pur grande, non basta a contenere lo slancio veemente degli atleti che sembrano uscire dal quadro e entrare nel nostro spazio reale. I volti, come sempre, sono accennati nelle ombre e nelle linee.
Poi le scene si trasformano, e in alcuni dipinti cominciano ad apparire altri personaggi, estranei, quasi fantasmi tenuti fino a quel momento reclusi e nascosti; le grida gioiose per un goal si trasformano, e in alcuni dipinti cominciano ad apparire altri personaggi, estranei, quasi fantasmi tenuti fino a quel momento reclusi e nascosti; le grida gioiose per un goal si trasformano in urli disperati. Tre poliziotti spingono una barella lungo una direttrice che taglia in diagonale lo spazio del quadro: dal ferito vediamo solo i piedi e le caviglie bloccate da ferri.
In un altro dipinto, un calciatore, come il trapezista del circo, si lancia in una capriola nell’aria: egli è, tuttavia, agganciato non al trapezio ma a catene da tortura, corpi da macello appesi nel nulla, le bocche sputano sangue dello stesso colore dello sfondo. I calciatori non ci sono più, perduto per sempre il prestigio eroico del loro ruolo, sono sprofondati nella più terrificante delle metamorfosi: al loro posto impossessati dall’inerzia della carne, non più atleti di una squadra di calcio ma carnefici e vittime.
