Nunca màs

Tortura e dolore​

Nunca màs è l’espressione con la quale viene indicata la relazione della “Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas” istituita negli anni Ottanta per indagare e rendere noti i crimini commessi dalla dittatura militare argentina. I dipinti raccolti in questa serie del 2013 mettono in scena i corpi brutalizzati delle vittime e i loro aguzzini.
Senza retorica né verdetto, le opere ci mostrano la verità nuda e cruda della tortura e del dolore; senza pietà né compassione l’artista, come l’antico cantore di tango, registra con occhio spietatola barbarie di cui può essere capace l’uomo; senza empatia né commozione ci troviamo freddi spettatori dentro questi luoghi; in mezzo a questa gente.
I dipinti su tavole di legno sono monocromi, gli sfondi sono lasciati grezzi, senza colore, di sfondo c’è la tavola creda, sottolinea l’autore. Le vittime dagli incarni chiari si oppongo cromaticamente ai torturatori vestiti con divise nere o abiti cardinalizi rossi. Scene di torture si alternano a scene di sesso; il protagonista è sempre comunque il corpo nudo, femminile o maschile, offerto come scambio alla morte.
La sessualità, in particolare, viene qui presentata senza nessun erotismo ma nella perversione del corpo oggettivato.

Gli sguardi dei carnefici si contrappongono agli occhi bendati delle vittime, le bocche spalancate emanano grida silenti. È il grido dell’uomo. Rappresentato tante volte nella storiadell’arte, è il grido che si legge nelle teste mozzate di Caravaggio, il grido che passa nel dolore degli eroi romantici e nella disperazione esistenziale dell’uomo di Munch e arriva, attraversando tutto l’Espressionismo, fino a Bacon. Il rimando dell’Espressionismo per l’opera di Zeltman p, come si è visto, abbastanza scontato; è lo stesso artista, peraltro, che dichiara apertamente la sua ammirazione in particolare per George Grosz.
Ma come si diceva precedentemente la perdita dell’unità di tempo rende questi quadri sospesi, le immagini sembrano bloccate come in un fotogramma di una pellicola. Prendiamo per esempio il dipinto rappresentante la fucilizazione, il riferimento al 3 Maggio 1808 di Goya è palese.
Nell’opera di Goya leggiamo la storia, le passioni, i sentimenti: la paura nello sguardo di chi sta per essere fucilato dalle truppe napoleoniche, la serenità delle baionette dei soldati che rispecchia la sequenzialità con cui vengono eseguite le esecuzioni.

Anche nel dipinto di Zeltman la vittima è posta di fronte al plotone di esecuzione pronto a sparare; è legata a un palo ed è nuda come un San Sebastiano di altri tempi. Tra i soldati e il giustiziato c’è il comandante del plotone insieme ai suoi cani, pronto a sparare anche lui, il volto tumefatto da schizzi di colore, dietro non c’è città o montagna, non c’è paesaggio ma uno spazio vuoto, primo persino di colore. Le tonalità monocrome del dipinto sono giocate sul grigio marrone e richiamano la scelta del Picasso per la sua Fucilazione in Corea. La monocromia ferma l’immagine, la blocca nell’istante perenne. Non è più vita, non è ancora morte.